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Pro Loco Sant'Andrea
Amministrazione Comunale di Sant'Andrea Jonio

 

Alfredo Varano - Armando Vitale

 

I nomi contenuti in questo elenco appartengono a migliaia di Andreolesi morti tra il 1806 ed il 1890; chi avrà il tempo e la volontà di scorrerlo troverà l'opportunità di identificare un proprio antenato ed il pretesto di cogliere e considerare attentamente il corso delle cose. Se la riflessione riuscirà a scuotere i sentimenti e renderci consapevoli della gravità di questa vergognosa realtà, noi avremo raggiunto lo scopo del nostro intervento e, tutti insieme, il riscatto della dignità perduta.

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" Successe dunque che nel pieno di una bella notte
tutti i cervelli si appesantirono ,così che l'indomani
ognuno si svegliò senza il minimo ricordo del passato"
(Voltaire: Avventura della memoria)

Un settore dell'area
della frana di Faballino

(Alla mente giudicatrice dei nostri figli affinché
apprenda ed eviti che possa accadere ancora. ) 

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reperti architettonici
 della Chiesa Matrice 
affioranti dal terreno

PREAMBOLO

Prima di entrare in argomento, riteniamo indispensabile premettere qualche utile e doverosa considerazione.
Sono trascorsi quasi dieci anni da quando, per la prima volta, abbiamo meditato ed affrontato attentamente il problema dei morti di Faballino e quelli del parcheggio di S. Nicola.
L'Amministrazione Comunale del nostro paese, in quel tempo (1992), era gestita dalla Commissione Straordinaria imposta dal Presidente della Repubblica e da allora: promesse, giuramenti ed impegni mai mantenuti; lusinghe e speranze senza fondamento.
Siamo ancora qui, irriducibili e tenacemente ostinati, a portare a dovuto compimento l'obbligo morale con cui abbiamo impegnato la nostra coscienza ed il nostro senso del dovere e nulla riuscirà a dissuaderci dalle nostre idee fintanto che tutto non sarà risolto nei termini dovuti.
Amministrare un Comune non è solo un problema matematico di far quadrare il bilancio né, tanto meno, un tornaconto personale basato su calcoli di convenienza; curare gli affari pubblici significa, innanzi tutto, affrontare con equanimità, nobiltà d'animo e doveroso rispetto, le condizioni e le situazioni che ogni uomo, in quanto tale, prospetta e manifesta.
Bene. Ciò detto e considerato, entriamo nel vivo della ragione che ci ha spinti a dimostrare e sostenere la verità di un principio sacro e inviolabile nella speranza che amministratori, associazioni culturali e mortali cittadini possano attentamente riflettere e valutare la cruda realtà di questa storia. 
La frana di Faballino è la voragine più angosciante ed estesa del territorio di S.Andrea Jonio e le sue viscere, in continuo movimento, hanno divorato e digerito di tutto: rifiuti domestici, scarti di mattatoio, carrozzerie di automobili, materiale di risulta dei cantieri edili, carcasse di animali morti, suppellettili disusati di ogni genere.
E' sempre corsa fama che in tempi remoti, in questo inquietante precipizio, venissero gettati i corpi delle persone morte ma noi questa formulazione, priva di riferimenti concreti, la rigettiamo categoricamente per la semplice ragione che ancor prima che S.Andrea sorgesse sull'attuale collina il culto dei morti fosse già conosciuto da millenni.
Questa infame funzione Faballino l'assunse a metà degli anni '60 ed esprime, ancora oggi, una delle pagine più crudeli e tormentate della storia andreolese.
Ma seguiamo con ordine gli aspetti inquietanti di questa travolgente vicenda, da sempre conosciuta e accantonata, volutamente dimenticata.

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alcuni dei resti rinvenuti 
durante i sopralluoghi

E' palesemente documentata la tumulazione dei nostri antenati, all'interno delle chiese del paese, nel tempo anteriore all'inaugurazione dell'attuale cimitero comunale (Aprile 1890); é meno noto, però, il detestabile sacrilegio che i loro corpi hanno subito nel corso degli anni e la terrifica dinamica che ha portato a disperdere i resti dei nostri familiari nei recessi più impensati ed impensabili. 
L'incuria, la leggerezza e l'irresponsabile condotta umana hanno principio con la demolizione della Chiesa di Tutti i Santi, nei pressi della Grangia dei Certosini.
Il piccolo luogo sacro, regalato dalla Contessa Berta di Loritello nell'anno di grazia 1114 ai Monaci Certosini di S. Brunone, già sospeso dalle funzioni religiose nel 1806, fu civilmente demolito ed i cadaveri in esso tumulati furono dispersi insieme allo sterro della fabbrica. Negli anni '70 una parte della sua superficie fu profanata per dare posto alla costruzione di alcuni garage, tuttora in uso ed in bella vista.
Fu così per la Chiesa di S. Maria in Arce, la Chiesa dell'Oratorio, costruita nel 1629 e crollata nel devastante terremoto del 1783. Durante la sua ricostruzione (1850) il piccolo cortile ubicato dietro di essa, destinato a Limbo: al seppellimento cioè dei bambini morti senza battesimo, fu spalato ed i piccoli corpi furono rimossi e gettati via, come roba vecchia, insieme al materiale di scavo.
La stessa mala sorte toccò alla Chiesa Matrice, edificata nel 1725 sulle mura esterne di un più antico castello, rasa al suolo nel 1965 col consenso delle autorità ecclesiastiche e amministrative e subito ricostruita sulle basi scandalose di un nuovo progetto che stravolse l'assetto urbanistico dell'intera zona e cancellò secoli di storia di una comunità che in essa ed intorno ad essa aveva visto crescere e progredire intere generazioni.
La sua demolizione, giustificata da falsi e inesistenti cedimenti strutturali, procurò solo endèmiche e flèbili reazioni che non ebbero la forza di scuotere l'opinione pubblica; la gente passava piegata e ammutolita al fianco delle ruspe demolitrici dell'Impresa Zinnato accennando a malapena un furtivo segno di croce, come se volesse discolparsi per le scelleratezze di quello scempio. Col senno del poi sono piene le fosse; e qualcosa si mosse, alla fine, solo alla fine, quando le ruspe profanarono e dilaniarono con i loro freddi tentacoli i corpi sepolti sotto la pavimentazione e negli scantinati più profondi.
Bastianu (Sebastiano), il responsabile del cantiere, sbraitava e sbracciava contro i camionisti per incitarli a correre più in fretta, col loro carico di ossa umane, verso la discarica di Faballino. Finì tutto in quell'abisso: chiesa, morti, storia e memoria.
Per ammansire le voci di protesta che si alzarono alla vista della vergogna che si era ormai compiuta, gli ultimi viaggi furono deviati verso il cimitero; la voce 
si sparse rapidamente e molti, spinti dalla curiosità, menarono verso il luogo sacro.
I camion alzavano i loro cassoni e tutto il carico scivolava in basso; un'immonda mescolanza di terra, annerita dalla putrefazione dei cadaveri, si impastava a teschi, vestiti lacerati, conci di muratura, lastre di marmo, ossa umane, resti di scarpe, porcherie di ogni genere.
I pochi operai, guidati dal responsabile del camposanto, smistavano le ossa dal resto dell'accozzaglia ammassata.
Alcuni scheletri erano ancora interi, probabilmente quelli tumulati nelle zone più in profondità che in mancanza di ossigeno si erano conservati meglio, quelli che non avevano subito il paziente intervento degli scarramùarti: uomini pagati per rimuovere i cadaveri consumati dal tempo e sistemarli negli ossari (la torre e, più tardi, il Cimitìaddhu); altri, erano conservati così bene da far capire esattamente com'erano stati disposti e preparati prima della sepoltura: gli uomini indossavano pantaloni di tessuto scuro, molto ruvido, e giacca o casacca di spartana fattura; il corpo era legato alle caviglie ed ai polsi, probabilmente per evitare che gli arti si aprissero e ostruissero lo spazio della fossa, infilato in un sacco di àsali (ottenuto dalla lavorazione della ginestra) e legato all'orlo con una corda. I più indigenti erano chiusi nel sacco completamente nudi.
Le donne, insaccate come gli uomini, indossavano un vestito chiaro, tessuto ai telai locali, che le copriva dal collo fino alle caviglie.

Copertina del primo registro dei defunti
 con con timbro ovale della chiesa

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In tutto quel miserando cibrèo di diversa materia il fatto più clamoroso e sorprendente fu il ritrovamento dei resti di una donna.
Si trattava certamente di una donna giovane e, da come era stata curata e vestita, di una benestante.
Il cadavere era incartapecorito, sembrava mummificato; il vestito, seppur lacerato, conservava ancora la vivacità dei colori originali. Al collo rimaneva ancora appesa una medaglietta in alluminio con l'immagine della madonna ed un piccolo amuleto di minute palline colorate cucite con maestranza su un triangolino di stoffa; tra le dita delle mani, accuratamente intrecciata, la collana del rosario, in sfere d'osso tendenti al giallo opaco.
Indossava una camicia bianca ricamata ai polsi e al colletto ed una lunga sottana, anch'essa bianca, con nastrini variopinti che ornavano il lembo inferiore. Anche le scarpe, si vedeva chiaramente, erano di buona fattura artigianale. Sul cranio, una discreta quantità di capelli, di taglio corto e di colore castano.
Il corpo essiccato ed ottimamente conservato faceva pensare ad un fisico gentile e garbato, perfettamente plasmato e modellato da madre natura che, pur dopo diversi secoli di riposo eterno, aveva saputo conservare le fattezze di un seno già sviluppato e di una regione pubica ancora ricoperta di peli che, nella sua dolorosa spettacolarità, conservava nondimeno il pudore ed il riserbo di 
un'innocenza non corrotta.
Fu tutto messo da parte, anche quello che si scartò nei giorni successivi; le ossa
furono portate all'interno del cimitero ma nessuno sa, né risulta in alcun
documento, dove e come furono sistemati.
Il resto è là, nel ventre di Faballino, insieme agli elementi architettonici della Matrice, che aspetta noi, indegni discendenti e incapaci di prendere una seria decisione che porti a definitiva e civile risoluzione di questa avvilente vergogna.
Ancora, lo stesso tragico destino toccò alla Chiesa di S. Nicola, anch'essa situata nei pressi della Grangia dei Certosini. Di origini molto antiche, fu ricostruita dalla Baronessa E. Scoppa e benedetta nel 1912. Nel 1947 il terremoto la rese nuovamente inusabile ed i ruderi rimasti furono rasi al suolo nel 1976.
Tutta la sua superficie fu spianata e ricoperta da un notevole strato di calcestruzzo per creare un miserabile parcheggio pubblico, tutt'oggi usato specie nel periodo estivo.
Dei morti seppelliti in questo luogo nessuno tenne conto durante i lavori ed i loro corpi sono ancora là sotto, a sopportare le ulteriori offese degli ignari andreolesi che vi parcheggiano la propria macchina.

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Prima pagina del primo registro dei defunti.
I primi andreolesi registrati sono i morti della rappresaglia francese del 4 ottobre 1806

Infine, nessuno può più sapere se anche nella piccola Chiesa di S.Barbara, a suo tempo ubicata nel Rione Malajia, venissero seppelliti i morti. Quello che si sa è che questa chiesa subì una prima modifica, intorno al 1860, ad opera dell'Arciprete Raffaele Spasari che pensò bene ad usare i suoi locali per realizzare la propria dimora ed una successiva, intorno al 1980, che la ridusse ad ambulatorio comunale al piano superiore ed a cessi pubblici a quello inferiore.
Secondo un'attenta ricerca basata sulle certificazioni dell'Archivio Parrocchiale e quello Comunale, di cui si allega copia, i morti in questione sono complessivamente 7252 Di cui:
7107 Provenienti dalla Chiesa Matrice e finiti a Faballino;
145 che si trovano ancora sotto il parcheggio pubblico della Chiesa di S. Nicola.
In conclusione, con riferimento ad una serie di valutazioni condotte su attenti e speculari sopralluoghi effettuati nell'area di Faballino, possiamo affermare con assoluta certezza che esistono concrete possibilità di recuperare buona parte dei resti umani e degli elementi architettonici, alcuni di rilevante fattura artigianale, che si trovano in questa area.
E questo è tutto. E' la dolorosa cronaca di una storia lasciata scivolare nell'indifferenza; nell'indolenza dei cultori dell'etica e dei falsi maestri di dottrine morali; nella freddezza degli amministratori ingolfati negli intrighi politici e nei litigi di parte; nel distacco assurdo ed illogico di chi sapeva ed ha taciuto.
Alla luce evidente della realtà dei fatti, la responsabilità a cui siamo chiamati non ammette dubbi ad ulteriori ipocrisie e ognuno di noi è obbligato, senza 
deroga alcuna, a rendere conto del proprio operato.
Salvare la memoria architettonica della Chiesa Matrice è un atto d'amore verso 
l'arte e la cultura; recuperare i resti dei nostri antenati da un luogo così immondo è un obbligo civile che ci redime dallo stato di avvilimento cui siamo caduti oltre
naturalmente, ad un significativo segnale verso le generazioni future.
Una collettività insensibile ed incapace di conservare la propria storia non ha e non può avere possibilità di progredire.

S.Andrea Jonio, Maggio 2001 

I nomi contenuti in questo elenco appartengono a migliaia di Andreolesi morti tra il 1806 ed il 1890; chi avrà il tempo e la volontà di scorrerlo troverà l'opportunità di identificare un proprio antenato ed il pretesto di cogliere e considerare attentamente il corso delle cose. Se la riflessione riuscirà a scuotere i sentimenti e renderci consapevoli della gravità di questa vergognosa realtà, noi avremo raggiunto lo scopo del nostro intervento e, tutti insieme, il riscatto della dignità perduta.

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