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I SOPRANNOMI

 

    Ho quasi portato a termine una ricerca sui SOPRANNOMI di S.Andrea Jonio.
   Per alcuni di questi, incomprensibili nel loro significato, esistono serie difficoltà di riscontro al fine di  una definizione critica ed inequivocabile e per altri, all'apparenza di più facile spiegazione, ritengo quantomeno dubbiosa una descrizione etimologica basata sulla traduzione letterale perché può condurre, secondo me, ad interpretazioni gratuite e soggettive.
   Qual'é l'origine e la derivazione, tanto per citarne qualcuno, di: FEDDHURA;ZURZULEU;PROSìLIU;BOTTA 'E VARRA, ecc.
   Per tutto ciò e affinché la ricerca possa essere portata ad un livello accettabile, chiedo la COLLABORAZIONE di tutti gli Andreolesi che siano in grado di darmi lumi sul significato del proprio soprannome e su tutto ciò che, in proposito, possa essermi di serio aiuto.
   Dov'é possibile, inoltre, alcuni soprannomi vengono accompagnati da brevi racconti, di dominio pubblico in paese, perché raccontati dai nostri genitori, nonni, ecc.

Alfredo Varano varanoal@virgilio.it

Ecco qualche soprannome:

   CILIA Il soprannome deriva dal greco Kilias e vuol significare pancia, ventre: persona dalla pancia pronunciata, panzutu. Si racconta che Sigfrido 'e Cilia manifestasse carattere meditabondo, sempre tormentato dal pensiero a dare soluzione ai problemi che lo assillavano: Era anche appassionato e puntiglioso giocatore di tressette e briscola. Nel 1945, si dice avesse partecipato ad un torneo di tressette al bar de' Prìncipi, in piazza castello e, sembra che la partita decisiva gli fosse sfuggita di mano proprio per colpa sua. Dopo alcuni mesi Sigfrido, come tanti altri, lascia il paese ed emigra negli USA.
Passarono 11 anni anni ed il compagno di gioco di quella famosa partita, persa nel 1945, si vide recapitare una missiva nella quale c'era scritto: " Se avessi giocato denari, anziché spade, avremmo vinto la partita. Ti abbraccio, tuo Sigfrido".

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   PIDITARA  Santavàrvara! esclamavano i vicini di casa quando sentivano Ttòra pronunciarsi di culo. Le sue emissioni erano boati, terribili detonazioni fuori dal comune: ecco perché di questo soprannome. 
   In estate, quando si sedeva davanti porta di casa, i passanti ripiegavano dalla parte opposta. Ogni tanto, quando spuntava un bambino, Ttora lo adescava: "A bellu! Vìani cca ca ti dugnu 'a caramella!" e, Pruuumm! Apriti cielo: "A bellu, Mùndulu e portaliru a màmmata!" mormorava con enfasi al ragazzo che, già arrìadi 'nculu, sferrava parolacce ed imprecazioni.

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MARA SAPÌANZIA Peppìnu 'e Mara Sapìanzia. Si racconta che Peppino di Maria Sapienza, era stato un ottimo sassofonista nella banda musicale di S.Andrea. Viaggiando in treno, al ritorno da Catanzaro, si mise a parlare di musica con il vicino di posto che dimostrava interesse e competenza sull'argomento.
" Sentite, che strumento suonavate alla banda? " chiese il compagno di viaggio; 
" Il sax " rispose Peppino;
" Che sax, di canto? " replicò il signore;
" Ma quàla càntu, 'u càzzu, io sonài sèmpa 'ntò mìanzu " concluse in tono cagnesco il nostro Peppino.

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'U TÙRCHJU L'ultima incursione turchesca lungo le coste joniche della Calabria avvenne il 14 agosto 1815, a quasi due mesi dalla sconfitta di Napoleone a Waterloo, e fu proprio sulla spiaggia di S.Andrea che i pirati presero terra; tutto il territorio della marina fu battuto e setacciato dagli avidi predoni alla disperata ricerca di acqua e di bottino.
     L'allarme dal Timpuni della Santineddha, punto strategico per il controllo delle navi che apparivano all'orizzonte diventato toponimo appunto perché le sentinelle andreolesi vi stazionavano a turno per cogliere e percepire tutto ciò che si muoveva all'orizzonte, non fu udito e le campane della Chiesa Matrice non fecero in tempo ad avvisare la gente della condizione di grave pericolo. Nella terribile razzia Domenico Dominijanni fu catturato, imbarcato con la forza su una delle loro tartane e condotto in terre saracene.
     Orazio Vitale narra gli avvenimenti di quel giorno così come lui stesso dice di aver sentito raccontare: " Domenico Dominijanni, giovane quattordicenne...era rimasto in marina per annaffiare gli ortaggi. Durante la notte...i pirati lo catturarono...e via per ignoti lidi. I genitori...attesero invano il piccolo Domenico e lo piansero credendolo morto. Dopo molti anni ...ormai venticinquenne, giunse inatteso vestito alla turca...e da tutti fu costretto a non partire...narrò la sua avventura...fu condotto...a Costantinopoli nel palazzo del sultano. Qui trascorse la sua adolescenza.... sopra una credenza, un giorno osservò alcune pastille conservate gelosamente. Ad un segretario di corte confidò che al suo paese con le pastille si ingrassavano i maiali...Un ministro ordinò di condurre Domenico al suo paese...acquistare una quantità considerevole di pastille e ritornare a Costantinopoli...Giunto in paese...non fece più ritorno e i pirati, trascorso il giorno e l'ora stabilita per il reimbarco non vedendolo giungere... veleggiarono per Costantinopoli senza il giovane bianco. Domenico Dominijanni da allora fu soprannominato 'u Tùrchiu ".
     In tutto l'avvicendarsi ed il susseguirsi di questa particolare avventura esiste solo la verità del rapimento e del soprannome; il resto è solo 'na murgiulata che la storia tramandata oralmente cagiona nel corso delle generazioni.
     Domenico, il 14 agosto 1815, era già sposato: come riportato nel registro degli atti di matrimonio del 1814, al numero d'ordine 4, del Comune di S.Andrea Jonio che così scorre: " l'anno milleottocentoquattordici a ventidue del mese di dicembre avanti a noi Bruno Stella Sindaco...è comparso il sig. Domenico Dominijanni di anni venticinque...di professione contadino...figlio maggiore...delli furono Nicola Dominijanni ed Elisabetta Calabretta...è comparsa egualmente la signora Rosa Giannino...di anni venti due di professione travagliatrice...figlia maggiore di Vincenzo Giannino e di Vittoria Monteleone...domiciliati in questo comune...i quali...hanno dato il loro...consenso. Non essendoci stata presentata alcuna osservazione...dopo aver letto tutti i documenti...del codice civile sotto il titolo del matrimonio ...dichiariamo...che Domenico Dominijanni e Rosa Giannino sono uniti in matrimonio ".
     Il rapimento avvenne quindi dopo otto mesi dal matrimonio, quando Domenico aveva già ventisei anni e non quattordici. La moglie, rimasta sola dopo pochi mesi , scrisse al sovrano pregandolo umilmente affinché si interessasse della liberazione del marito, come riportato da G. Valente: " Non doveva essere infrequente il caso di coloro che pensavano di rivolgersi al sovrano, come potrebbe provare la supplica che nell'agosto del 1815 Rosa Giannino, da S.Andrea, rivolgeva al Re di Napoli perché gli riscattasse il marito, Domenico Dominijanni, catturato il 14 di quel mese".
Aradunca, Domenico Dominijanni fece ritorno in paese pochi mesi dopo il suo rapimento e non per interessamento do' Rre', il quale aveva ben altri brillocchi e cangiurri 'e 'ntrimmara, visto che era già in corso il consolidamento della monarchia Borbonica, ma solo per una serie di combinazioni e di accordi sui traffici marini, tra le "potenze" che ne erano coinvolte, per non avere più i pirati in casa.
     Domenico Dominijanni deve la sua salvezza al caso; molti altri calabresi non videro mai più i propri cari e furono lasciati morire come bestie, dopo anni di schiavitù e di lavori forzati.
     Ebbe il primo figlio nel 1816 e la sua componente genealogica è tuttora presente in S.Andrea col soprannome: Tùrchju

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BARUNI (barone) Quasi sempre veniva usato in senso antifrastico, come espressione eufemistica o ironica per individuare una determinata persona che, pur appartenendo al popolino, ostentava un comportamento da signore benestante. Durante le elezioni del 1948 la campagna elettorale si presentò difficile e lo scontro tra i gareggianti fu molto duro, durissimo. I diverbi e le liti occuparono ogni luogo e tutti i momenti della giornata e, più di una volta, qualcuno assaggiò anche qualche manganeddhata

Ai comizi l’aria era tesa e gli oratori facevano fatica a contenere l’eccitazione dei presenti. Quel pomeriggio, vicino l’ùrmu, l’architetto Armogida stava parlando per il Partito Comunista e qualcuno, di opposta fazione, mossijava, tenendosi a dovuta distanza, perché non condivideva il discorso imperniato sull’importanza della democrazia in Italia.

Mìnica si era fermata alle tre fontane per attingere acqua e aspettava, con indifferente apparenza, il suo turno per riempire ‘a lanceddha a du’ manichi. Indossava una tuvàgghia ‘e testa di cotone tinto nero, ben sistemata e graziosamente raccolta nelle sue lunghe pieghe, che gli scendeva fino a lambire le esili spalle e sulla sottana, dalla cintola in giù, un faddala ‘e crapicciola scolorito e gruparijatu che a suo tempo sarà stato anch’esso nero con tasche a toppa di colore più chiaro. Senza scarpe, si era abbassata vicino ad una piccola pozzanghera e con movimenti garbati della gamba intingeva ‘u garruni nella melma e poi lo strofinava con vigore sulla pancia della lanceddha, tenuta inclinata col fondo per terra e dalla parte opposta mantenuta dal manico con la mano sinistra.

«ànimi ‘ndiavulati; nemici di Dio, finirete bruciati nelle vampe dell’imperno. Brutti camionisti! (comunisti)» Pensava Mìnica. E strica, su e giù col calcagno, indurito come il sughero, che a forza di strofinare ridava colore e lucentezza al vecchio contenitore.

Le malelingue raccontano che quando l’effetto del discorso del capolista portò gli animi degli astanti al vàju dell’eccitazione, Gerardo ‘e Baruni, ‘mpistunatu con la bandiera rossa a fianco dell’oratore, sull’ abballaturi del palazzo Jannoni, si era talmente entusiasmato che perse il dominio di sé e, alzando fino all’inverosimile la già agitata bandiera, si mise ad urlare con quanta forza aveva in gola: «Abbassa tutti quelli che vogliàvano che tornava!». Voleva dire: abbasso tutti coloro che volevano il ritorno del fascismo.

Più in la, alcuni bambini senza malizia giocavano a nichiliponni ed altri mangiavano, indifferenti agli schiamazzi politici, una enorme fetta di pane e zucchero o di pane e olio.

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BRIGANTI (Brigante) : chi, armato, si da alla macchia per derubare e assassinare la gente. Cattivo soggetto; persona disonesta e spregiudicata ». E’ con questa penosa e superficiale definizione, decisamente da rifiutare, che il Sandron, dizionario fondamentale della lingua italiana, dell’Istituto geografico De Agostini, Novara, classifica il sostantivo Brigante.

Furono per primi i francesi di Napoleone, nel 1799, ad indicare con Brigants, tutte le persone che si opponevano alla loro invasione.

I briganti calabresi, sostenuti e incoraggiati dalle armate inglesi, insorsero e si opposero alla politica di conquista dell’imperatore francese. Il successo, però, non arrivò mai. Traditi e abbandonati dagli stessi inglesi, rimasero da soli a combattere un nemico determinato, ben organizzato e assetato di sangue.

Il 4 ottobre 1806, l’odio francese si riversò anche sugli abitanti di S.Andrea ed i rioni si ricoprirono di sangue e di lutto ; 46 Brigants andreolesi furono trucidati, i registri comunali e quelli parrocchiali, bruciati. Di coloro che tentarono di salvarsi con la fuga, alcuni furono ripresi e bruciati vivi, altri scorticati e appesi testa in giù sul tronco di un albero, altri ancora, seguiti e sbranati dai cani mastini. Molte furono le case bruciate e le donne violentate.

I 46 "briganti" furono seppelliti nelle varie chiese distribuite in paese ; una parte di questi, durante la demolizione della chiesa Matrice, nel 1965, perse la pace del riposo eterno e finì nella discarica comunale di Faballino, insieme allo sterro della chiesa e ai rifiuti solidi urbani che allora si scaricavano in quel luogo. Altri cinque : Caterina Calabretta, Elisabetta Lamonaca, Nicola Stillo, Giuselle Mongiardo e Nicola Lamonaca, furono sepolti nella vecchia chiesa di S.Nicola, nei pressi della Grangia dei Certosini. Quando i ruderi di questa piccola chiesa furono completamente rasi al suolo, nel 1976, la sua superficie fu spianata e, ricoperta da un notevole spessore di calcestruzzo, fu, ed è, adibita a parcheggio pubblico ; ultimo oltraggio verso i nostri defunti.

Di tutto ciò, nel 1997, fu avvisata l’Amministrazione Comunale e nessuno si é mai adoperato a rimuovere una tale vergogna; che avvilimento: abbiamo saputo intestare vie e piazze del nostro paese a personaggi a dir poco sconosciuti, ma non siamo stati capaci a dare degna sepoltura a chi, per difendere le piazze e le famiglie del nostro abitato, perse la vita. Ahimè ! Dimenticavo, loro erano sovversivi, briganti, cattivi soggetti, disonesti, ecc.

La vicenda di questi defunti si rivela, ogni giorno di più, come la storia di un fallimento, un fallimento civile e culturale che le future generazioni sapranno certamente valutare e formulare. Commuove, Tommaso Pedio, quando nel suo : " Brigantaggio Meridionale, 1806-1836, afferma : « Guerriglieri sono stati qualificati coloro che in Spagna, nel 1808, si opposero con le armi alle armate napoleoniche e le loro gesta sono state immortalate nelle tele di Francisco Goya. Patrioti sono stati considerati coloro che seguirono nel 1809 Andrea Hofer e il loro canto di guerra è divenuto l’inno nazionale delle popolazioni tirolesi. In Italia Meridionale, invece, chi nel 1806, rispondendo all’appello degli inglesi e a quello del proprio sovrano, si oppose all’invasore, è stato definito e continua ad essere definito brigante ». Amen.

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  GÀRGIA : Sul significato di questo soprannome ho sentito diverse e differenti esposizioni. Qualcuno afferma che deriva dalla caratteristica roca, forte e sforzata della voce; altri, che dipende dal modo di parlare a voce alta ed eccitata; altri ancora, che fu attribuito ad un tale che durante una battuta di caccia alla volpe si mise ad urlare così tanto da farla scappare.

Gàrgia ha, invece, derivazione dal longobardo Karig (antico alto tedesco Karag) con significato di Gargo: furbo, scaltro, malizioso, astuto.
«Questa astuzia», mi riferisce Salvatore Mongiardo ‘e Gàrgia, «è ben documentata dalla leggenda del forgiaro che non sapeva saldare il ferro perché solo la Sibilla conosceva il segreto che non svelava a nessuno. Il forgiaro mandò per il paese ‘u discìpulu che gridò:
‘U mastru mio sardau ‘u zappuni! “
La Sibilla udì ed esclamò:
“ Uh, gatta ci cova! O ‘nterra catta o rina misa! “»
E il forgiaru, per l’appunto, doveva dimostrarne non poca di scaltrezza e astuzia quando dall’insieme di elementi di ferro diversi doveva modellarli, a oltre 700 gradi, e compattarli ad un pezzo unico a forza di spezzarsi le braccia battendo con la mazza sull’incudine.

Il primo fabbro arrivato a S.Andrea, da San Sostene, verso la metà dell’800, fu mastro Vincenzo Mongiardo.
Rùajini,
magli, mazze e mezze mazze cantàvanu a missa alla forgia di mastro Vicìanzu: il lavoro era tanto e si faceva aiutare anche dai figli.
Un giorno che era particolarmente stanco e i santissimi gli giravano alla velocità del Firinghiddhu, si rivolse al figlio Bruno dicendogli:
« O Bruneddhu, mini tu o minu eu?» Intendendo di tirare il mantice;
«No, tata, Minati vui!» rispose ingenuamente Bruno;
«E va’ bonu, minu eu !» replicò il padre che appena finito di parlare cominciò a menare a scrapèdunu e a gurdara 'e suttamùacchi il figlio, che non aveva capito l’antifona.

Durante la Seconda Guerra Mondiale Pasqualino era tornato a casa per una breve licenza. Prima di ripartire per il fronte aveva spiegato a Rafelina ‘e Gàrgia, sua moglie, di come comportarsi in caso di attacco aereo e nella specie se questi dovessero lanciare gas asfissianti : « mi raccomando, se l’apparecchj jèttanu ‘u gassu prendi una pezza e bagnala con acqua, mettila davanti alla bocca e sdraiati panza ‘nterra ».
Il tempo passa e Rafelina non dimentica un attimo il consiglio del marito. Stava chiacchierando davanti casa con l’amica Ttora quando dalla Coscia di Stalettì videro spuntare un aereo militare che non dava tante garanzie. Senza dire né cùamu né quandu scapparono dentro casa e seguirono a puntino i consigli di Pasqualino.
« Cummara Rafelina, mi pìardu ! ‘On risistu ! ».
« Ma jìo mi sciàlu ! » rispondeva Raffaella.
« Vi dicu ca mùaru, mi vrùscia l’arma ! » insisteva Ttora.
Proprio in quell’attimo la figlia di quest’ultima entra ‘ntruncu in casa per avvertire del pericolo e vedendo le due donne sdraiate per terra esclamò : « A ma’, ma chi è stà puzza? Apariti ‘i franìasti ca ccà si mora ! ». Per forza Ttòra si sentiva morire: nella fretta di fare le cose aveva inzuppato la pezza con petrolio mùnditu.

Alfredo Varano varanoal@virgilio.it

 
 

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