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  English Version

‘U Ré ‘e Brùanzu (1)

 

(Per lo studio e la divulgazione della cultura andreolese)

 

Sembra strano e del tutto originale che in Calabria, considerata vox populi come area a vocazione agricola esistessero, nella vallata del fiume Stilaro (Bivongi, Monasterace, Pezzano e Stilo) e nella zona montana delle Serre (Fabrizia e Mongiana), rilevanti industrie minerarie e siderurgiche (miniere, ferriere, fonderie, fabbriche d’armi ecc.) capaci di dar di che vivere, per oltre di 2000 anni e fino alla totale dismissione, avvenuta oltre un secolo fa’, a tante generazioni di calabresi. A sfruttare le risorse minerarie del sottosuolo cominciarono, per primi, le popolazioni indigene dell’età del ferro; seguite poi dai Greci, dai Romani, dai Bizantini, dai Normanni e da tutte le altre dinastie che in Calabria, dagli Svevi ai Borbone, si sono succedute.
Furono gli ultimi arrivati, i Savoia, in seguito alle drastiche decisioni politiche applicate - di spostare il centro siderurgico verso le aree del Nord - a determinarne il definitivo collasso e a far perdere il proprio lavoro, destinandoli a diventare o briganti o emigranti, a quasi 3000 persone che in questo settore trovavano quanto era necessario al loro sostentamento.
Sursum corda; saluti e frasca (2) ai nuovi padroni!

Da quelle remote arti e dai quei nobili mestieri è giunto fino a noi ‘u rré ‘e brùanzu.
‘U rré ‘e chi ?
(3)
Ah diàmmani!
(4) cos’è adesso questa faccenda insolita e singolare?
Si è sempre sentito parlare del re buono, del re saggio, del re nasone, del re sole, del re lazzarone, del Re dei Cieli, do’ rré ‘e bastuni (5); ma di questo strano sovrano, mai. Buh!
Nenta ‘e minu
(6) di bronzo; mah !
Eppure non ci sono dubbi e la vicenda non è per nulla una novità; l’unica deviazione dal vero sta nel fatto che il busto è stato sempre e solo in ghisa; proprio così, in ghisa e chi sa perché mai lo hanno sempre chiamato ‘e brùanzu.
Comunque, non vi infastidite, rilassatevi e seguite il prosieguo del racconto.

A S. Andrea con questo binomio veniva indicato il busto di Ferdinando II di Borbone, soprannominato Re Bomba, a suo tempo ‘mpalatu (7) nello spazio della vecchia Piazza Malaira.
Tutto cominciò intorno alla metà dell’ 800, dopo che don Raffaele Maria Spasari, nativo di Badolato, fu nominato, nel 1846, arciprete del nostro paese.
Cieco sostenitore della casa borbonica e profondamente devoto a Re Bomba, fino a mostrarsi intollerante delle differenti convinzioni altrui, fece l’impossibile per avere al suo fianco la presenza quotidiana del re dalle floride gote e ci riuscì.
Se non proprio del tutto ci riuscì, si fa per dire, a metà; e se non per intero e in carne ed ossa riuscì ad averlo, perlomeno, dalla testa al petto e senza braccia: ‘nzomma (8), in riproduzione a mezzo busto.
Oh, non è stato facile sapete ! E ancor più difficile fu convincere ‘i ‘ndrùali (9) a collaborare.
Ma come si dice: ‘na prìadica (10) oggi e un ammonimento domani o, meglio ancora, un colpo al cerchio e uno alla botte, don Rafìali (11) capì che per raggiungere lo scopo doveva perseverare e seguire alla lettera l’antico adagio popolare: Tira ca vena ! (12)
E vinna
(13): il busto del re fu ordinato e fatto fondere a Mongiana e pagato con offerte e donativi da quasi tutti i paesani. Quasi !?!
E si, quasi: cchjù o minu (14).
L’avverbio è doveroso perché un gruppo di liberali che si riuniva clandestinamente in un ammezzato che ancora oggi è ricordato come la casa dei carbonari, sotto la guida dell’avvocato Antonio Jannoni - perseguitato e imprigionato dallo stesso re Bomba - non pagò mancu ‘nu sordu (15), anzi, fece di tutto per contrastarne la realizzazione.
Il gruppo ebbe sicuramente un ruolo marginale e di sola propaganda, ma bastò a togliere il sonno e la tranquillità agli amministratori comunali che si riunirono d’urgenza per deliberare sull’acquisto di munizioni: «l’anno 1848 il giorno 8 maggio in S. Andrea, riunitosi il decurionato… previo invito del Sindaco (Saverio Mattei)… considerato essere nelle attuali circostanze necessarissima la munizione per questa Guardia Nazionale… delibera farsi l’acquisto di n° 6 polveri d’ammacco… più rotoli 15 di piombo… ».
L’onda storica degli eventi della rivoluzione si fece sentire, quindi, anche nei nostri rioni e, scrutando le nubi foriere della tempesta siciliana, i prudenti politici pensarono bene ‘u si guàrdanu ‘i tacchi (16), armando di tutto punto i loro sgherri.

Intanto, mentre il monarca Ferdinando spruppava (17) con ferocia, sotto un diluvio di gabelle e di ”donativi”, la poca carne che i disgraziati si trascinavano addosso e si preoccupava, secondo A. Dumas padre: « a dare un salario fisso al boia perché i 25 ducati che gli spettavano per ogni esecuzione mandavano in rovina il tesoro reale» don Rafìali si preparava ad accogliere, con i dovuti onori, ‘u rré ‘e brùanzu proveniente dalla Mongiana.
Arrivò sopra ‘nu carru (18) trainato da buoi, ben legato, interamente nascosto alla vista e accompagnato da una greciamagna (19) di bambini strillanti, interessati più che altro a punzecchiare i bovini che a seguire e a rendere gli onori al velato rré.
Per quanto pesante, fu cautamente adagiato sopra un apposito baldacchino costruito davanti all’altare della Matrice e don Raffaele, appena le tre campane cominciarono a suonare a festa, diede il “La” ad una esortante predica: «Fedeli, Ecce regis! Questo è il nostro regnante per diritto divino, per volontà del Ré dei Ré. Hoc erat in votis è qui, a vegliare e controllare il nostro (ma voleva dire il vostro) operato. Inebriante di luce e di grazia superiore alla condizione e comprensione umana è il nostro Ferdinando! Amatelo dunque e onoratelo, poiché con lui incipit vita nova.
Fedeli, il vostro e nostro Rex sarà positus ‘mprunti (20) alla casa municipale e dovrà essere riverito ogni qual volta gli passerete innanzi! Per tutti i secoli saeculorum, amen!
Ora, miei adorati, cantiamo ‘nzema (21) il te deum.»
A celebrazione conclusa la gente si accalcò all’uscita senza aver capito ‘na mìnchja (22) delle parole dell’arciprete; capì, però, ‘u ‘ntinnu (23) di quelle che a tutti sembrarono minacce e si convinse presto di avere a che fare cu’ du’ brutti ‘nzìarti (24): ‘u rré e don Rafé (25).
Il busto fu poi innalzato in mezzo alla piazza, sopra una grossa colonna di pietra lavorata e circondato da un vasto recinto a forma circolare all’interno del quale furono messi a dimora alcuni alberi di acacia; il tutto, logicamente, a spese della popolazione, costretta a fornire, gratis, il materiale e la manodopera.
Ognuno, passando, doveva inchinarsi a riverire a sua maestà; guai a non piegarsi in segno di ossequio! Don Raffaele, che abitava di fronte, controllava, annotava e riferiva.

Ré Bomba rese l’anima a Dio nel 1859 e non fece in tempo a sapere dello sbarco a Marsala di Garibaldi, che porterà alla dissoluzione il regno borbonico.
Don Spasari, l’amaru (26), seppe e vitta tuttu (27) e i suoi ultimi anni di vita furono sconvolti dal nuovo ordine di cose.
Molte mattine trovò le pareti dei piani bassi delle case del Rione Castello tappezzati di manifesti che quasi sempre terminavano: «Abbasso re Bomba; abbasso il re bignè e il suo scagnozzo don Rafé
E ancora: «Viva Garibardi ‘u crastaturi! (28)»
Era ‘mbalenatu don Rafé (29) e la collera toccò la disperazione quando, sul finire del 1860, un nutrito gruppo di persone si presentò davanti alla sua abitazione, armato di corde, mazze e picuni (30) e cominciò ad abbattere il recinto: «Viva la Riprùbbica; ebbiva don Peppi Garibardi; abbassu lu rré, scioddhàmulu a Carcé! (31)»
Oh si, successe proprio così! La recinzione fu divelta in pochi istanti ed entrarono tutti, legarono le funi al taurino collo del re di bronzo e ti salutu nanna (32): tanto tirarono fino a quando lo buttarono giù.
Disposto sopra ‘nu catalìattu (33) e inscenato un finto funerale, in segno di avvenuta “morte” della casa reale, fu accompagnato per tutto il paese e poi abbandonato in una caseddha (34) fuori dall’abitato, dove vi rimase per decenni e fino a quando, chi sa chi, non lo riportò in un magazzino della vecchia casa municipale ‘e Malajhira (35) e successivamente in quella attuale dove il sottoscritto, nel 1994, lo trovò, corroso dal tempo, sotto un cumulo di roba vecchia e lo riportò alla luce con l'aiuto del dipendente comunale Vincenzo Mannello.

Perfettamente ristrutturato da alcuni volonterosi, Pasquale Mosca e Leopoldo Gobbi, è stato prima collocato nell’atrio del nuovo municipio e infine, dopo qualche anno, nuovamente accantonato in quella risibile babilonia che ancora in molti si intestano a chiamare “museo” comunale.
Il busto è indubbiamente da stimare e considerare come una raffinata opera d’arte locale, frutto di maestranze ormai scomparse che debbono essere riviste, rivalutate e riconsiderate, dando loro gli opportuni meriti ed il valore morale che rappresentano.
Ardisco dire che la ripugnanza che gli andreolesi nutrivano per questa piazza, luogo di coazione che obbligava e assoggettava alla dura costrizione di fare atto di rinunzia della propria volontà e personalità per accondiscendere all’intendimento altrui di inchinarsi di fronte a un busto metallico abbia contribuito a consacrarne la rinomanza e la celebrità, di cui rimane viva testimonianza in un certificato di morte del 1809 e dove ritroviamo, per la prima volta, tra i documenti comunali, l’esistenza del Rione Malajhira: malu jhira, malo, triste andare e che ci fa pensare, inoltre, chi sa a quali e quanti altri soprusi e soperchierie consumati in questo piccolo luogo. Forse, anzi senza forse, sarebbe utile ridare alla piccola piazza il nome Malajhìra ( e non Malaira che ha tutt’altro significato ), affinché venga rivalutata la memoria storica di fatti ormai sfuggiti dalla mente e dal cuore degli andreolesi.

Cuneo, Febbraio 2002

Alfredo Varano

 

Glossario

1)- il ré di bronzo

2)- salute, prosperità (in senso eufemistico)

3)- il ré di cosa ?

4)- diamine!

5)- del ré di bastoni

6)- niente di meno!

7)- posizionato

8)- insomma

9)- gli andreolesi

10)- una predica

11)- don Raffaele

12)- come dire: chi la dura la vince; insistere per arrivare all’obiettivo

13)- e venne; ha ottenuto ciò che cercava

14)- più o meno

15)- nemmeno una lira; oggi, un centesimo di euro

16)- di guardarsi le spalle, tutelarsi

17)- spolpava

18)- un carro

19)- moltitudine

20)- di fronte

21)- insieme

22)- è usato in senso eufemistico con significato di: niente; aver capito niente

23)- ha visto tutto

24)- due cattivi elementi

25)- il ré e don Raffaele

26)- il mal capitato

27)- ha visto tutto

28)- castraporci. Usato in senso eufemistico; il significato è legato alla credenza popolare che attribuiva a Garibaldi l’abitudine di castrare i preti

29)- era incollerito

30)- piccone

31)- viva la repubblica; viva don Giuseppe Garibaldi; Abbasso il ré, buttiamolo a Carcè ( località a nord del paese)

32)- arrivederci, addio; è finita

33)- cataletto, per il trasporto dei morti

34)- casetta di campagna

35)- antico rione; piazza M era l’attuale P.zza Marconi.

 

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